Come si dimostra se un testo è stato scritto da un'intelligenza artificiale, chi è obbligato a dichiararlo, cosa dice l'articolo 50 del regolamento europeo e cosa cambia per un editore o per chi pubblica contenuti: la risposta corta è che l'obbligo di marcare i contenuti è del fornitore del modello, mentre la prova finisce quasi sempre in mano a chi ha premuto invio. Qui i pezzi che seguono quello scarto, dai marcatori statistici alle cause sul diritto d'autore.
Dall'11 agosto i modelli più recenti di Claude lasciano una firma statistica nelle parole che generano. Nasce per rispondere all'articolo 50 del regolamento europeo, ma il costo di dimostrare come è nato un testo scivola su chi quel testo lo pubblica: l'obbligo è del fornitore, la prova la fornisce l'azienda che ha premuto invio.
Questa sezione tiene insieme quattro cose che i giornali trattano separate e che separate non sono: il giornalismo, il diritto d'autore, il consenso sui dati e la tracciabilità di ciò che è generato. Sono lo stesso problema visto da quattro parti — chi possiede il materiale con cui questi sistemi sono costruiti, e chi risponde di quello che producono.
Meta ha lanciato Muse Image collegandolo per impostazione predefinita alle foto pubbliche di Instagram di chiunque venga nominato in un prompt: il consenso capovolto non è un incidente, è una scelta di progetto, e le scelte di progetto dicono più delle informative. L'industria musicale, dal canto suo, si è data due bollini da sola, prima di qualsiasi regolatore: quando un settore si autoregola in anticipo, di solito sa cosa sta per arrivare.
Poi c'è il tribunale. Il New York Times e altre testate hanno chiesto sanzioni contro OpenAI per prove nascoste nella causa sul copyright: la vicenda riguarda la verificabilità delle promesse molto più del destino di un singolo processo.
Qui non trovate la sicurezza tecnica dei sistemi: quella sta in Guasti e sicurezza.