AI × giornalismoN. 8 · 10 luglio 2026 · 6 min di lettura
La fiducia che OpenAI non riesce a dimostrare in tribunale
Il New York Times e altre testate chiedono sanzioni contro OpenAI per aver nascosto prove nella causa sul copyright. La vicenda dice più sulla verificabilità delle promesse dell'AI che sul destino di un singolo processo.
Cosa è successo e perché conta ora
Il 9 luglio 2026 un gruppo di testate americane guidato dal New York Times ha chiesto a un giudice federale di Manhattan di sanzionare OpenAI nella causa sul copyright che le due parti si contendono da fine 2023. Alla richiesta si sono uniti il Daily News di New York, il Chicago Tribune, altri quotidiani del gruppo MediaNews, l'editore digitale Ziff Davis e il centro non profit per il giornalismo investigativo Center for Investigative Reporting. Come riportano Associated Press e Reuters, le testate accusano OpenAI di aver dichiarato per due anni di non poter cercare nei propri modelli linguistici e nei log di chatgpt le tracce dei loro articoli protetti da copyright, mentre la testimonianza di un dipendente dell'azienda avrebbe rivelato che quelle ricerche erano già state effettuate prima ancora che la prima testata presentasse denuncia.
Non è un dettaglio procedurale. Le testate sostengono che OpenAI abbia anche cancellato o reso non consultabili miliardi di conversazioni di chatgpt rilevanti per stabilire quanto il sistema abbia effettivamente riprodotto o si sia basato sui loro contenuti. Chiedono al giudice di imporre sanzioni comprese le spese legali e di dichiarare formalmente che i log di chatgpt dimostrano l'uso indebito del loro materiale. È una richiesta che sposta il baricentro della causa da una domanda di merito, se l'addestramento su articoli protetti sia coperto dal fair use, a una domanda di condotta processuale, se OpenAI abbia mentito alla corte per due anni.
Il contesto che manca a chi legge di passaggio
La causa contro OpenAI e il suo principale partner Microsoft nasce nel dicembre 2023, quando il New York Times ha presentato la prima denuncia sostenendo che i due gruppi avessero usato milioni di suoi articoli per addestrare i modelli alla base di chatgpt e Copilot, senza licenza e senza compenso. Da allora il fronte dei ricorrenti si è allargato, mentre il costo della battaglia legale è salito. Il New York Times ha reso noto di aver già speso oltre 28 milioni di dollari solo per contrastare le aziende di AI in tribunale, una cifra che pesa su un settore i cui margini restano fragili.
Il precedente più utile per capire la posta in gioco arriva da un altro fronte della stessa guerra legale. Anthropic, il concorrente di OpenAI fondato da ex dipendenti dell'azienda, ha accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari per chiudere una causa simile intentata da un gruppo di autori di libri, dopo che un giudice aveva stabilito che l'azienda aveva usato copie pirata di opere protette per addestrare i propri modelli. È la cifra più alta mai pagata in una causa sul copyright legata all'AI, ma resta comunque una frazione della valutazione di mercato di Anthropic, stimata in 965 miliardi di dollari. Il paragone dice quanto sia asimmetrico lo scontro tra chi possiede i contenuti e chi possiede i modelli che se ne nutrono, anche quando chi possiede i contenuti vince.
Nel frattempo un pezzo del settore ha scelto la strada opposta al contenzioso. Diverse testate hanno firmato accordi di licenza con OpenAI, Google e Meta, che pagano una cifra fissa per poter addestrare i propri sistemi sugli archivi giornalistici. È il segno di un settore diviso tra chi prova a monetizzare l'uso dei propri contenuti da parte dell'AI e chi lo considera un furto da fermare in tribunale, con il New York Times saldamente nel secondo campo.
Cosa dice davvero questa vicenda dell'AI
Il punto centrale della richiesta di sanzioni non è se chatgpt abbia usato articoli protetti, questione ormai discussa da quasi tre anni, ma se si possa credere a ciò che OpenAI dichiara di poter fare o non poter fare con i propri sistemi. L'avvocato del Daily News Steven Lieberman ha parlato di un'azienda che ha scelto di
nascondere e distruggere prove che mostrano come chatgpt sia stato addestrato su giornalismo sottratto
Una frase pesante, ma il punto tecnico dietro è più interessante della retorica processuale. Per due anni OpenAI ha sostenuto in tribunale di non avere strumenti per cercare nei propri dataset di addestramento e nei log delle conversazioni le tracce del materiale protetto dal copyright dei ricorrenti. La testimonianza di un dipendente dell'azienda, secondo le testate, avrebbe smentito questa posizione, mostrando che ricerche di quel tipo erano già state condotte internamente. OpenAI, tramite il portavoce Drew Pusateri, respinge le accuse e le presenta come un tentativo delle testate di accedere a conversazioni private di utenti che nulla hanno a che fare con la causa, mentre il caso del New York Times si sarebbe progressivamente svuotato di sostanza.
È un'obiezione che va presa sul serio. Se OpenAI ha davvero solo protetto la privacy di milioni di utenti che non sono parte in causa, la richiesta delle testate rischia di trasformarsi in una scorciatoia per ottenere l'accesso a dati sensibili che le norme sulla protezione dei dati personali non permetterebbero di consultare comunque. Anche i giudici che finora hanno seguito il caso hanno più volte respinto richieste dei ricorrenti giudicate troppo ampie. Ma questa difesa vale per la richiesta di accesso ai log, non per l'accusa più specifica, quella secondo cui l'azienda avrebbe dichiarato il falso sulla propria capacità tecnica di effettuare ricerche mirate. Sono due questioni diverse. Ed è la seconda, non la prima, a rendere pesante la richiesta di sanzioni.
Cosa cambia per chi lavora con l'AI
Il motivo per cui questa storia conta oltre le aule di tribunale di Manhattan è che riguarda un problema comune a chiunque debba fidarsi di quello che un fornitore di AI dichiara sui propri sistemi. Nei progetti che porto avanti con le piccole e medie imprese vedo spesso imprenditori scegliere uno strumento di AI sulla base di quello che il fornitore dice di fare con i dati che gli vengono affidati, senza avere modo pratico di verificarlo. Non è negligenza, è semplicemente che pochissime aziende hanno le competenze o il potere contrattuale per controllare cosa succede davvero dentro un sistema che promette di rispettare la riservatezza dei dati.
Il New York Times ha risorse legali che quasi nessuna azienda possiede. Nonostante questo fatica da quasi tre anni a stabilire con certezza cosa OpenAI possa o non possa cercare nei propri archivi. Se un colosso editoriale con decine di milioni di dollari di budget legale arriva a questo punto solo per far verificare una dichiarazione tecnica, la domanda su quanto siano verificabili le promesse standard che un fornitore di AI fa a un'azienda più piccola, su conservazione dei dati, cancellazione, uso per addestramento, diventa più che teorica. Il mercato dell'AI aziendale continua a correre sulla fiducia dichiarata dai fornitori, non su quella verificata da chi la usa. E questa causa mostra quanto sia difficile, anche per chi ha tutti gli strumenti per farlo, trasformare la seconda nella prima.