innovazioneN. 22 · 28 luglio 2026 · 5 min di lettura
L'Italia dell'AI corre a due velocità, e Confindustria lo ammette prima ancora del forum
L'adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese italiane è raddoppiata in un anno, ma il divario tra chi sa usarla e chi resta escluso pesa più del ritardo sull'Europa.
Il dato e l'annuncio
Confindustria e Nomisma hanno reso noto in questi giorni, in vista del lancio di un nuovo forum annuale, che l'adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese italiane è raddoppiata in un anno, passando dall'8,2 al 16,4%. Il dato arriva insieme all'annuncio di AI.Dea – Forum di Varignana, l'appuntamento che Confindustria e Nomisma organizzeranno il 16 e 17 ottobre a Palazzo di Varignana, vicino Bologna, con il sostegno di UniCredit e la partecipazione di aziende come Barilla, Marchesini Group, Dompé e Dallara, oltre a figure come il filosofo Luciano Floridi e il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, come riporta anche LaPresse.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha inquadrato il senso dell'iniziativa con una frase che vale la pena riportare per intero, perché dice più di molti comunicati istituzionali sul tema.
Il problema non è tecnologico né finanziario, è culturale ed educativo.
È una dichiarazione che arriva da chi rappresenta le imprese italiane, non da un fornitore di tecnologia che ha interesse a vendere la propria piattaforma, e per questo merita di essere presa sul serio invece che archiviata come ottimismo di circostanza.
Perché l'Italia parte così indietro
Il raddoppio dall'8,2 al 16,4% sembra una buona notizia, e in parte lo è. Ma il confronto con il resto d'Europa ridimensiona l'entusiasmo. Il dato italiano resta sotto la media dell'Unione europea, e la distanza da paesi come la Danimarca, già al 42% di adozione tra le imprese, non si è ridotta nell'ultimo anno. Un raddoppio partito da una base così bassa non basta a colmare un ritardo strutturale che l'Italia porta avanti da anni sui temi della digitalizzazione delle imprese.
Il motivo non è nuovo. Le imprese italiane sono in media più piccole di quelle tedesche o francesi, hanno reparti interni dedicati alla tecnologia più ridotti e una minore capacità di assorbire innovazione senza il supporto di consulenti esterni o di associazioni di categoria. È esattamente il tessuto di piccole e medie imprese che Confindustria dice ora di voler proteggere dal rischio di un'Italia a due velocità, in cui le aziende più strutturate accelerano sull'intelligenza artificiale mentre le altre restano ferme.
Il numero che colloca meglio il problema è un altro, citato nella stessa ricognizione. Quasi il 60% delle imprese che non hanno ancora adottato l'intelligenza artificiale indica la mancanza di competenze interne come ostacolo principale, non il costo degli strumenti né la loro complessità tecnica dichiarata. È un dettaglio che cambia la lettura di tutto il resto, perché sposta il problema da una questione di prezzo a una questione di persone.
La competenza non è formazione, è metodo
Qui vale la pena fermarsi su cosa intende un'azienda quando dice di non avere le competenze per l'AI, perché è un'affermazione che si presta a letture opposte. Si potrebbe pensare che basti un corso di formazione per il personale, e in parte è vero. Ma nella pratica di chi segue progetti di adozione con le piccole e medie imprese, il problema che emerge più spesso non è l'assenza di nozioni tecniche. È l'assenza di un metodo per decidere da dove iniziare.
Un'azienda che prova ad automatizzare un processo senza aver prima chiarito quale attività genera più valore se automatizzata, chi dovrà usare lo strumento ogni giorno e come misurare se sta funzionando, quasi sempre abbandona il tentativo dopo pochi mesi, e lo racconta poi come un fallimento dell'intelligenza artificiale in sé. Non lo è. È un fallimento di processo, che nessun corso di formazione da solo risolve, perché la formazione insegna a usare uno strumento ma non a scegliere quale problema affrontare per primo.
Si potrebbe obiettare che questa lettura scarica sulle imprese una responsabilità che in realtà è dei fornitori di tecnologia, spesso più interessati a vendere una piattaforma che a garantirne l'adozione reale. È un'obiezione fondata, e in parte corregge il quadro. Molta della delusione che si registra nelle PMI nasce da soluzioni proposte senza un'analisi preventiva di cosa serva davvero a quella specifica azienda, con fornitori che promettono risultati generici applicabili a chiunque. Ma questo non cambia la conclusione pratica. Che il problema nasca da un fornitore poco onesto o da un'azienda che ha proceduto da sola senza guida, la soluzione resta la stessa: un metodo che parta dai processi reali dell'impresa prima ancora di scegliere lo strumento da comprare.
La ricerca che Nomisma presenterà a ottobre, condotta con il sostegno di UniCredit su tre filiere manifatturiere, dalla motor valley all'agroalimentare fino al settore delle macchine, promette di guardare esattamente a questo. Non quante aziende hanno adottato l'intelligenza artificiale, ma quali hanno visto un cambiamento reale nel modo di lavorare e quali invece la usano solo in superficie, magari con un chatbot generico senza alcun impatto sui processi produttivi o organizzativi.
Cosa significa per chi lavora ora
Il rischio che Confindustria descrive, quello di un'Italia a due velocità tra grandi imprese e PMI, non è una previsione lontana. È già visibile nel modo in cui le aziende raccontano i propri tentativi di adozione, riuscita o mancata. La differenza tra chi accelera e chi resta fermo non passa quasi mai dal budget disponibile, che oggi per molti strumenti di intelligenza artificiale è più basso che in passato. Passa dalla capacità di tradurre un obiettivo di business in un progetto concreto, con priorità chiare e un modo per verificare i risultati nel tempo.
Per un imprenditore che legge il 16,4% e si chiede se la propria azienda sia già indietro, la domanda utile non è quando adottare l'intelligenza artificiale, ma quale processo interno merita di essere il primo banco di prova, e con chi affrontarlo. È una domanda meno comoda di una statistica nazionale, ma è l'unica che porta davvero da qualche parte, ed è quella su cui si gioca la differenza tra un'adozione che dura e un tentativo che finisce nel dimenticatoio dopo pochi mesi.