Lukas Ferrazzisport№ 27 · 24 agosto 2026 · 5 min di lettura
Il robot che ha battuto Bolt e poi è finito contro i materassi
A Pechino il primato sui 100 metri è caduto il 22 agosto, in una gara che nessuno dei due protagonisti ha chiuso in piedi. Per chi sta valutando un sistema di intelligenza artificiale la parte istruttiva è la seconda.
Nove secondi e trentanove
Il 22 agosto, al National Speed Skating Oval di Pechino, l'impianto costruito per i Giochi invernali del 2022, si è aperta la seconda edizione dei Giochi mondiali dei robot umanoidi. Sulla pista dei 100 metri ha vinto in 9 secondi e 39 un robot del centro di innovazione per la robotica umanoide di Pechino, sotto il 9 e 58 con cui Usain Bolt fissò il record del mondo a Berlino nel 2009. La gara è stata raccontata dall'ANSA e dall'Associated Press, che ha aggiunto i numeri della manifestazione, 2.056 robot, 666 squadre da sedici paesi, 51 discipline e 1.301 gare in cinque giorni.
Poi c'è il dettaglio che dai titoli è uscito quasi sempre. Il robot vincitore ha perso stabilità appena oltre il traguardo ed è finito contro le protezioni di gommapiuma. Il secondo arrivato, Lightning, costruito dal produttore di smartphone Honor, in una prova aveva corso in 9 e 32, ha chiuso la finale in 9 e 47 ed è crollato a terra, portato via dal campo di gara. Nella stessa giornata è caduto anche il primato del salto in alto, 2,88 metri contro i 2,45 di Javier Sotomayor del 1993, con una tecnica che non somiglia a quella di un atleta.
Da ventuno secondi a nove
Dodici mesi prima, alla prima edizione dei Giochi, i 100 metri erano stati vinti in 21 secondi e 50 e il primato dei robot nel salto in alto era di 95 centimetri. Le squadre iscritte sono aumentate del 138 per cento in un anno. Il Sole 24 Ore ha ricostruito la storia di Lightning, che in aprile aveva vinto la mezza maratona di Pechino in 50 minuti e 26 secondi e a cui i tecnici hanno poi montato gambe più lunghe di dieci centimetri, passando da 95 centimetri a 1,05 metri, per correre sulla distanza breve.
Chi liquida tutto questo come folklore sbaglia. Dimezzare un tempo in dodici mesi non lo fa un ufficio marketing, lo fanno controllo di equilibrio, attuatori e software che gestisce la falcata, e sono gli stessi pezzi che serviranno in un magazzino o in una linea di montaggio. Il punto interessante non è se il progresso sia vero, perché lo è, ma quali condizioni sono servite per produrre quel numero.
Le condizioni della prova
La corsia è dritta, la superficie è nota, non c'è contatto con gli avversari, il tentativo che conta arriva dopo molte prove e nessun regolamento chiede alla macchina di fermarsi in sicurezza dopo il traguardo. In un capannone niente di tutto questo è garantito. Il pavimento è sporco, il percorso cambia, qualcuno attraversa, e la prestazione che serve non è il picco ma la ripetibilità con un comportamento decente quando qualcosa va storto.
Lo stesso scarto si vede in questi giorni sul mercato del software. Il 23 agosto il Financial Times ha raccontato che, sui dati di spesa di 70mila imprese americane raccolti dalla società di pagamenti Ramp, il modello di punta di Anthropic si è fermato intorno all'11 per cento della spesa che quelle aziende fanno sugli strumenti dell'azienda, superato da un modello uscito a fine luglio che costa meno. Le ragioni indicate da analisti e investitori sono due, il prezzo circa doppio rispetto al concorrente diretto e il fatto che i modelli precedenti bastano per la maggior parte del lavoro d'ufficio. Anthropic va verso la quotazione con ricavi in forte crescita, quindi qui non si racconta un declino ma un criterio di acquisto. Le imprese stanno comprando quello che arriva in fondo al compito a un costo prevedibile, non il primato.
Quando collaudo un agente vocale la voce che segno non è la risposta più brillante che il sistema ha dato in prova, è la quota di conversazioni che arrivano alla fine senza che la persona debba ripetere la stessa informazione. Nelle prime versioni quella quota sta regolarmente molto sotto il livello della dimostrazione, e il lavoro utile delle settimane successive consiste tutto nel farla salire. Serve un pilota proprio per questo, per produrre un numero che prima non esiste.
Da qui escono tre domande da fare a un fornitore prima di firmare. Quante esecuzioni sono servite per ottenere il risultato mostrato e qual è il valore mediano, non il migliore. Su cento esecuzioni quante finiscono entro la tolleranza concordata, con il registro dei tentativi falliti allegato e non riassunto. Cosa fa il sistema quando sbaglia, se si ferma e passa la mano a una persona o se continua come i due robot di Pechino, che hanno tagliato il traguardo e sono andati a sbattere. Se il fornitore non sa rispondere alla seconda, quel dato va messo nel contratto come oggetto del pilota, con una soglia e una data.
Quando l'industria si comprò un cronometro
Alla fine degli anni ottanta i costruttori di workstation vendevano potenza in MIPS, milioni di istruzioni al secondo, e ognuno misurava con il programma che gli riusciva meglio. Il numero era così poco confrontabile che nel gergo dei tecnici MIPS diventò l'acronimo di Meaningless Indicator of Processor Speed. Nel 1988 Apollo, Hewlett-Packard, MIPS Computer Systems e Sun Microsystems fondarono lo SPEC, un consorzio che scrisse prove comuni e regole su come pubblicarne i risultati. Non risolse tutto, i produttori impararono presto a ottimizzare per il test, ma da quel momento chi comprava aveva un metro condiviso invece della parola del venditore.
La robotica umanoide, con tutto il contorno di medaglie e telecamere, quel metro se lo sta costruendo. A Pechino c'erano cento metri uguali per tutti, un cronometro e un giudice che vede il robot uscire di corsia. Il software che le imprese comprano per far lavorare l'intelligenza artificiale, per ora, non ha nemmeno la corsia.